Luigi Florio, in arte Don Joe
© Antonio De Masi
Musica

Don Joe riparte dalle origini, dalla sua Milano

Il produttore riassume 20 anni di carriera in MILANO SOPRANO, tra successi, croci e l'eredità imponente dei Club Dogo
Di Claudio Biazzetti
11 minuti di letturaPublished on
Entrare negli studi di Dogozilla Empire è un po' come entrare nella USS Entreprise: tutto tirato a lucido, mille led blu e superfici hi-tech ricurve, slanciate e levigate. Con la differenza che sulla navicella di Star Trek non ci sono i muri tappezzati di dischi d'oro e platino.
Ne sono passati di anni da quando Don Joe ha letteralmente stravolto il corso degli eventi dando al rap italiano Mi Fist dei Club Dogo. Un evento capovolgente a cui ne sono seguiti molti altri. Oggi, per ritornare un po' "coi piedi per terra", il produttore e DJ è ripartito dalle origini, dalla sua città e dall'approccio coraggioso che gli ha portato tanta fortuna insieme a Gué Pequeno e Jake La Furia. MILANO SOPRANO è un disco imponente, dove i feat sono tutti frutto di collaborazioni inedite finora, ennesima dimostrazione che l'eredità della Dogo Gang forse ha unito l'Italia più di Garibaldi. Pop e rap, passato e presente, fighetti e centri sociali.
Ma come mai esce a luglio?
È stata una scelta un po' bizzarra però allo stesso tempo me ne sono sbattuto le palle di tutte le regole. Tra l'altro, l'avrai sentito, non è un disco per niente estivo. Sai cosa? A parte il ricominciare, partendo da Milano, voglio ricominciare a fare le cose senza paletti. Non fosse stato su luglio, sarebbe dovuto andare su settembre/ottobre che è un periodaccio. E poi mi piace fare i dischi e farli uscire. Già vivo di ansia sulla produzione, perché speri sempre che qualcuno non faccia le stesse cose che hai fatto te, o che non prenda gli stessi sample. Tenermi il disco lì non ha senso.
O magari anche il contrario: magari inconsapevolmente fai tu qualcosa che è già stato fatto da altri.
Eh sì, però della roba italiana è difficile. Almeno, ci stiamo attenti tra noi produttori. In realtà, una cosa in particolare l'ho dovuta cambiare: era sostanzialmente uscito un brano che aveva preso lo stesso sample che avevo preso io. Però per il resto vivo sempre con questo dramma. Ma perché non sono un musicista virtuoso alla Dardust, e neanche mi piace esserlo. Con tutta la stima per lui. Preferisco fare il produttore hip hop, tagliuzzare i campioni.
Il campione di Represent di Nas, per esempio, nella prima traccia del disco: BIG CHECKS con Jake La Furia e Shiva.
Sì, esatto. Quella cosa lì nel rap l'ho sempre odiata: quella di farlo avvicinare troppo alla musica autorale, impegnata, "alta".
Sì, il rap è sporco e tale deve rimanere.
Bravissimo, cazzo. Finalmente qualcuno che lo dice. Poi ovviamente ci sono prodotti belli, come appunto Dardust o Mace che è verso quella cosa lì. Però io cerco di mantenere il mio stile.
Secondo te MILANO SOPRANO si può chiamare concept album?
Direi di sì. Lo devi ascoltare tutto di fila perché tutto un filo conduttore legato dagli skit. Il disco poi fa parlare una certa Milano: artisti che stanno tenendo viva la città oggi, anche se poi tanti sono della periferia. Ma sai, il goal di tutti è sempre stato conquistarsi la città. Non sono tutti tutti di Milano, ma ci vivono comunque tutti e hanno un core della loro musica legata a questo posto. Come per esempio i Coma Cose. Certo, ci sono anche ragazzi di seconda generazione marocchini e albanesi come Saky e Ghost. Ma tutti 100% milanesi. Così come Nerissima Serpe, che è fortissimo.
E la roba degli skit?
La roba degli skit è partita inizialmente pensando a una follia: quella roba arriva dallo skit dei mixtape, come idea. Però molto legata a un discorso molto personale, in cui racconto la Milano di varie epoche rapportata a oggi. Racconto storie di strada non necessariamente legate agli artisti che poi partono nel pezzo dopo. Però mi sembra bello come filo conduttore. All'inizio pensavo fosse una follia, poi mi sono fatto convincere: tutti mi dicevano "No! Tienili!"
I tuoi luoghi del rap a Milano ci sono ancora? Come li vedi oggi?
Ci sono, perché vivo i ricordi di quei luoghi: le colonne, Bresso e la periferia da cui vengo... Alla fine farmi conoscere nella mia città è sempre stato un goal. Anche da ragazzino, ho sempre vissuto questa città. Ho sempre avuto due compagnie diverse: quella di Bresso e quella milanese. Sono partito da là perché ha un senso. Voglio riconquistarla oggi per trovare quello che sarò domani.
La carica forte me l'ha data questa città. Perché poi già prima del gruppo [i Club Dogo, ndr] arrivavo già da una factory RnB e soul in cui sostanzialmente ho fatto il garzone. Per 6 anni. E dopo mi sono ritrovato a fare il producer dei Dogo. È tutto un percorso che mi ha portato da Milano all'Italia, ma ora voglio tornare un pochino indietro per riprendermi un po' la mia città. Ma proprio per tenere sempre i piedi per terra, perché appartenere a un certo tipo di élite nella musica ti fa perdere spesso la bussola.
Ancora oggi la vedi come all'epoca, quindi.
Sì, è la mia città e sono legatissimo. Anche nel disco ci sono dei passaggi di Gué che dice "Ho vissuto e morirò qua". Emerge sempre questo sentimento di amore e odio verso la città, ma che alla fine ti tiene qui.
Mi ha fatto morire lo skit in cui citi Luciano Lutring, il bandito.
Eh sì, noi anche coi Dogo siamo sempre stati affascinati dalla figura del malandrino milanese. Ma così come la citazione della rapina di Via Osoppo, quella fatta senza armi: quello è un parallelismo fortissimo col rap, perché i tizi facevano il rumore del mitra con la bocca. Ed è come chi nel rap sputa rime a raffica.
Mentre invece in uno skit parli della "Condanna" del diabete.
Sì, perché alla fine nei dischi emerge sempre l'icona del duro, dell'icona elitaria senza un lato personale. Forse è arrivato il momento di far vedere alle nuove generazioni che dietro alla figura di un produttore con 20 anni di carriera alle spalle, i Dogo, ecc, c'è comunque una persona. Abbiamo tutti le nostre sfighe. La mia è un pelino più grossa. Mi hanno diagnosticato il diabete 13 anni fa, quando ero in un momento importante col gruppo. Non potevo fermarmi, quindi ho deciso di combattere questa cosa con la stessa forza con cui mi stavo prendendo tutto nella musica. Sono andato avanti. Dopo 2 giorni dalla diagnosi ero già di nuovo in tour.
Altro monito per i ragazzini, quando dici che non pensavi a oro, platino o diamante ma hai investito solo su di te.
È sempre quella la faccenda. Sono cose materiali che fa piacere di aver conquistato, però allo stesso tempo ci sono cose molto più importanti. Non è di certo quello che ti deve spingere oltre. Quello che deve fare il produttore non è sognare di farsi la casa o la piscina: dev'essere curioso, si deve spingere oltre e superarsi sempre nella musica.
Ma poi, se i Dogo sono i Dogo è perché facevate tutto questo quando non c'era oro. Nessuno si cagava il rap, era l'anti-moda.
Bravissimo. Non c'era budget, vestivamo con delle cose che non andavano in quel periodo, con i pantaloni stretti e le cinture El Charro. Eravamo più paninari che rapper, quindi la gente ci guardava male. Il nostro circuito all'inizio era molto quello dei centri sociali, perché avevamo fatto quell'album lì [Mi Fist, ndr] che era di protestissima. Però nonostante questo andavamo nei posti e ci guardavano male. Mi ricordo che eravamo già appassionati di scarpe e di vestiti. Coi primi soldi ci siamo comprati due paia di Nike a testa e in un centro sociale di Firenze la gente ci guardava male, come per dire: "Cazzo fate? Vi comprate le scarpe?" Eh sì, sono appassionato di sneaker e me le compro. Siamo stati pionieri anche lì.
Eravate fuori luogo ovunque.
Sì, nel modo più assoluto. Però non ce ne fregava un cazzo, siamo andati dritti per la nostra strada ed è stata anche un po' la nostra forza. Quella di essere diversi dai rapper dell'epoca. Anche il produttore non era all'epoca uno che doveva stare di fronte. Io invece ho portato il produttore a un livello diverso. Oggi è normale, ogni produttore ha la sua immagine, ma all'epoca siamo stati i primi: i Dogo erano 3, due rapper e un produttore.
E che mi dici del format dell'album, solo persone che non hanno mai collaborato fra di loro?
Sì, sono coppie inedite. Un po' perché mi piace unire generazioni diverse, cosa che ho fatto anche nel disco vecchio. Ma il disco vecchio era un po' più pop, invece questo è 100% rap. Molto spesso ho preso un big e un ragazzo di 10 anni dopo: anche perché se non lo faccio io, chi lo poteva fare? Ernia e Rose Villain hanno pochi anni di differenza. Ma Gué e Sacky, dove il primo è 40enne e il secondo è 20enne...
O J-Ax e Myss Keta..
Esatto. Dici: "Cazzo! Cosa succede?" Eppure quella roba lì funziona sempre, perché fai il confronto tra due generazioni, anche di linguaggio. Se la roba funziona, funziona. Se sono riusciti a collaborare Ozzy Osbourne e Travis Scott, possono farlo tutti. A me il coraggio ha sempre portato bene. Anche quando abbiamo fatto Mi Fist, molti colleghi produttori dell'epoca sono poi venuti da me a dirmi: "Oh, alla fine avevi ragione te". E questo dev'essere. Il produttore che mette le carte in tavola e sa bene dove vuole arrivare. Quando uscivano ogni 10 anni i dischi di Dr. Dre, dopo che uscivano tutto il mondo si doveva riorganizzare, aggiornare a lui. Io nel mio piccolo ho sempre fatto così.
E poi tra l'altro con il format delle collaborazioni inedite ti sei levato dalle palle chi chiede sempre la reunion dei Club Dogo.
Sì, hai voglia. Quella roba lì è sempre presente. Spero di essermela levata dalle palle, ma tanto se poi vai a vedere i commenti c'è addirittura gente che insulta: "Sei una merda! Non hai rimesso insieme i Dogo!" Raga, ve lo dico. Se dovessero tornare i Dogo insieme un domani, lo fanno su un disco dei Dogo. Non nel disco mio, perché sembra una presa per il culo. Non sono io che lo decido, è la volontà di altre due persone oltre a me.
Jake però mi aveva parlato anche di vincoli contrattuali, o no?
Sì, abbiamo un contratto per cui, nel caso di una reunion, dev'essere fatta per Universal. Ma in realtà non è solo quello: è che una reunion poi va fatta su un disco dei Dogo, non di qualcun altro. Abbiamo detto no a tanti amici che ci hanno proposto di farla sul loro album. Anche Jake l'ha ribadito tante volte. È il nostro volere. Non vorrei mai che Gué e Jake si sentissero obbligati a venire nel mio disco perché sono io che glielo chiedo. È sbagliato, dobbiamo volerlo tutti. Poi vabbè c'è la Dogo Gang nel disco, che è la crew allargata. Ed è già un bel regalo. E sono soddisfattissimo, il disco l'ho vomitato praticamente.
In quanto tempo l'hai fatto?
Tra scrittura, strumentali e registrazioni ci ho messo sei mesi. Ci ho messo pochissimo, perché non mi fermo mai. L'ho vomitato nel senso che non riuscivo più ad ascoltarlo in studio e dopo un po' ti rompi le palle. Li ho sempre vomitati gli album, anche quelli dei Dogo: alla fine non li vuoi neanche più sentire. Poi dopo un po' di tempo però li rimetti in macchina, in casa e riscopri cose che ti piacciono. E questo disco mi piace.
Per ultima ti faccio una domanda che ho sempre voluto farti. Riguarda secondo me il beat del secolo, che è ovviamente Hardboiled (Sabotatori) dei Dogo. Come è nato?
Ah, sì! Ero andato a casa di questo ragazzo, Paolino, che faceva la breakdance al muretto [in San Babila, ndr]. Il tipo faceva il ballerino di breakdance, non faceva il produttore. Però ogni tanto si cimentava con l'Akai, e mi fece sentire questo beat che aveva campionato Zoulé, questa cantante afroamericana che poi tra l'altro è stata campionata da altri. Il beat aveva un taglio che però era molto strano. Allora gli ho detto: "Guarda, Paolino, io sto facendo dei beat nuovi per un disco. Se mi dai il beat lo facciamo insieme." Allora mi ha prestato il vinile, me lo sono portato a casa, l'ho tagliuzzato con l'Akai e l'ho ricomposto. Una volta si faceva così, giocavi un po' col sample finché non trovavi il loop che ti gasava.
E niente, poi gliel'ho rimandato e mi ha detto: "Che cazzo hai fatto? Il beat non era così!" Però gli ho detto che volevo tenerlo per un album. Non c'era ancora niente, non c'era manco il nome dei Dogo. Era la fine delle Sacre Scuole e noi eravamo entrati da poco in studio. Sarà stato il 2000.