Quello della rabbia è stato un sentimento primordiale che sulle prime è stato anche utile a Nayt. La serie di Raptus, iniziata nel 2015 come mixtape e proseguita nel 2017 e 2019 sotto forma di album ufficiali, ha dato un po' a tutti un bello spaccato delle doti di William, sia dal punto di vista di scrittura che di esecuzione, oltre che di gusto nel scegliersi i produttori.
Ma alla lunga, come tutti sanno, la rabbia rischia di consumarti e di prendersi un po' tutte le cose belle che fanno parte di te. È stato allora che, con un bel percorso di psicoterapia, il rapper romano (nato in Molise nel 1994) ha potuto imparare a processare meglio i suoi moti interni più reconditi. È qui che entra in scena Mood, ultimo disco che già dal titolo suggerisce un approccio più ponderato, più padrone degli istinti, e quindi più libero di concentrarsi sulla qualità dell'opera. È anche un disco molto più riflessivo, addirittura notturno: ma che gli vuoi dire a uno che fa Mezzanotte di cognome?
È un disco che interrompe la serie di Raptus. Ti sei calmato?
Una parte di me era quasi tentata a continuare la saga di Raptus. Però sento di essere in un periodo della vita in cui devo distaccarmi da certe cose. Devo fare più chiarezza, più ordine. Sto andando in una direzione ben precisa: e almeno per ora vorrei che Raptus rimanesse una trilogia. Una trilogia figa, bella, molto importante, ma comunque una trilogia.
Processi meglio la rabbia ora: nel primo pezzo del disco ne parli anche.
Sì, esatto, è proprio questo. Secondo me c'è molta più consapevolezza adesso. Non è che non sono più arrabbiato. Non credo che sia neanche sano non arrabbiarsi davanti a determinate cose. Arrabbiarsi ci sta. Basta che ci sia più equilibrio. E ora mi sento più centrato. Ci sono arrivato lavorando su me stesso. Io comunque sono in terapia da 4 anni. Ho iniziato a farla per via di alcuni problemi di ansia e attacchi di panico che avevo. Ora non sto proprio a raccontarti tutti i retroscena. Questa cosa comunque l'ho risolta con la terapia. Però non ho ancora finito con questo percorso, perché è una cosa interessante. E colgo l'occasione per consigliarla a chi sente di poterne avere bisogno. Così come è importante andare in palestra ad allenare il corpo, penso sia fondamentale farlo anche con la parte più emotiva della mente.
E pensare che per tanti anni quello della salute mentale è stato un tabù, soprattutto nel rap.
Ma infatti io sono sempre disposto a parlarne. Se questa cosa fosse approcciata da tutti su larga scala farebbe molto la differenza nella società. Io poi sono uno che da sempre lavora con la propria musica per fare leva sulla sensibilità, sull'empatia delle persone. Non faccio tanto caso al testo o al messaggio razionale, quanto piuttosto alle emozioni e alle sensazioni che una canzone può evocare.
È anche un momento del mondo in cui, se non senti di essere protagonista, è come se sprofondassi nell'oblio. Anche questo ha la sua fetta di colpa, no?
Esatto. Com'è che fa quel pezzo di Cesare Cremonini? "Nessuno vuole essere Robin". È un po' quello il senso. Abbiamo tutti questa mania di protagonismo e abbiamo questa pressione sociale per cui "vai, devi essere tu il protagonista perché se no è un fallimento: e il fallimento non è accettabile". Quando invece non è che è sbagliato, è proprio un ragionamento che non fila. Alla base. E più vai avanti e più te ne accorgi. Quindi anche questo disco è arrivato quando ho smascherato certe mie dinamiche interne, sicuramente influenzate dal periodo storico e la società.
Beh, questo processo di smascheramento ha fatto bene anche alla tecnica. Si vede che ci tieni tanto agli extrabeat e ai virtuosismi.
Mi fa piacere che tu l'abbia notato, grazie. Io poi sono uno che nella musica tiene tantissimo alla forma, più che altro alla tecnica, il tempo, la metrica, come suonano le parole, il sound, le melodie. Sono super attento, curo tutto in ogni minimo particolare. Anzi, se noti io uso pochissimo le sporche e le doppie. Lascio molto la voce da sola, pulita, e cerco di registrare tutto in un'unica take. Sai, ci tengo ai live e voglio che vengano anche meglio dei dischi in studio. Spero di dimostrare sempre di più questa cosa e sempre meglio.
Sei anche parecchio prolifico, se guardiamo a quanti dischi hai fatto in così poco tempo. Quand'è che hai avuto "Il Blocco dello Scrittore", a cui hai anche dedicato un pezzo?
Il Blocco dello Scrittore è stato proprio il primo pezzo che mi ha sbloccato dal blocco stesso. Arrivavo da un periodo in cui non è che non riuscivo a scrivere nulla: non riuscivo a scrivere niente che mi piacesse, che mi rappresentasse in quel momento. Ero un po' perso e smarrito, ero in quella crisi a cui accenno in tutto il disco praticamente. E questo pezzo l'ho scritto quando mi sono tolto tutte quelle pressioni, quei vestiti e quelle maschere che mi ero messo addosso io stesso. Sono tornato a essere di nuovo me stesso senza tanti filtri e mi è uscito di getto questo pezzo. Tra l'altro il ritornello "Preferisco non avere niente che avere tutto quando tu non ci sei" è una dedica all'ispirazione. Non è per una donna o una persona in particolare.
Magari dipende anche tutto dall'ambiente in cui stai. Dove vivi ora?
Io vivo a Roma. Un anno fa circa sono stato a Milano per un po' di tempo e in generale ho fatto sempre avanti e indietro. Questa pressione però si riferisce ad altre cose: all'ambiente del rap, dello spettacolo, sicuramente anche a Milano, la pressione dei social che ti giudica in ogni caso. Io mi sono dovuto anche staccare da queste cose. Non mi sento nella posizione di criticare, semplicemente questa cosa di Milano e della scena rap non è una cosa che mi fa bene. Ci ho provato anche stringendo i denti ma mi sarei dovuto snaturare troppo.
E degli anni in Molise cosa ricordi?
Conta che in Molise ci sono nato, a Isernia. Poi mia madre mi ha lasciato a mia nonna ed è andata subito a lavorare a Roma. Ha fatto qualche soldino e mi è venuta a riprendere quando avevo 6 mesi. Quindi sono cresciuto a Roma, anche se in alcuni periodi andavo da mia nonna perché mia madre non poteva tenermi. Questa cosa è figa perché non mi sento completamente romano, né ovviamente molisano al 100%. Mi ha un po' aiutato a sentirmi cittadino del mio Paese e del mondo in generale. Sono molto legato a Roma però.
Quand'è che hai percepito la svolta nella tua carriera?
Il botto più grande ce l'ho avuto quando sono uscito con Gli Occhi della Tigre, perché lì mi sono aperto al grande pubblico. Però già un anno prima, con Raptus 2, mi ricordo che lo streaming ha cominciato a viaggiare parecchio. Lì mi ricordo i primi soldini da indipendente: ci credevo già da prima, però lì ho avuto conferma che potesse diventare un lavoro.
Una spinta te l'ha data anche "oh 9od", il pezzo con Tha Supreme?
Sì, quello in realtà è stato un dettaglio di tante cose che sono successe in quel periodo. Io arrivavo da Gli Occhi della Tigre, poi da un altro singolo che è Quando Non ci Crede Nessuno, poi il Real Talk che è stato un episodio da record. Poi avevo fatto il feat. con Madman. Poi il feat. con Vegas Jones e infine Tha Supreme. Diciamo che è stata un'onda inarrestabile.